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sabato 15 marzo 2008

Il difficile rapporto tra la difesa dell'ambiente e la società dei consumi



La sfida più grande che si presenta davanti a noi è quella rappresentata dal rapporto tra la difesa dell'ambiente e la non compatibilità con il sistema economico tuttora vigente. Si tratta di dover decidere quali sono e saranno le priorità.
Questo perché la crisi economica ci sta segnalando in maniera ormai inequivocabile, che le risorse stanno esaurendosi, e che comunque, dato lo sviluppo galoppante di paesi energivori come Cina e India, non saranno sufficienti per tutti. Per questo motivo ci sarà un inasprimento dei conflitti per l'accaparramento delle risorse, soprattutto in Africa, dove i conflitti ci sono già da un pezzo, ma si é registrato in questo ultimo periodo un sensibile peggioramento del fenomeno.
Poi la teoria liberista, quella della "mano invisibile del mercato", che in linea teorica dovrebbe sostituirsi alla politica per controllare l'andamento dell'economia, è forse peggio del collettivismo, che a sua volta ha dimostrato i suoi lati peggiori. La difesa dell'ambiente, se fatta nel modo giusto, inevitabilmente farà diminuire i posti di lavoro, rischiando di distruggere la vita di milioni di cittadini. Pensiamo solo quante persone lavorano dentro il mondo dell'auto, l'auto diventata incompatibile con un serio ambientalismo, che non è quello del si o del fare a detta di molti, incompatibile sia dal punto di vista delle emissioni (polveri sottili, Co2 e altro ancora), che dal punto di vista degli spazi urbani per i cittadini. Per non parlare di sicurezza e quanti decessi causati dagli incidenti stradali, costi per la sanità pubblica e via dicendo. Tutto ciò fa crescere il Pil, ma è completamente incompatibile con la difesa dell'ambiente e dei cittadini.
Quale risposta dare a questo grande quesito? E' da molto tempo ormai che rifletto sulla questione, e non è assolutamente facile dare una risposta seria e risolutiva. In parte la produzione di strumenti per trasformare l'energia come i pannelli solari fotovoltaici e termici, strumenti per la ccoogenerazione e via dicendo, possono potenzialmente creare, dati della Germania leader europeo e forse mondiale in questo settore, dai 130.000 ai 150.000 posti di lavoro, ma capite tutti, che in Italia siamo 57.000.000 di persone, quindi il problema si pone prepotentemente. Non è possibile parlare di decrescita senza dare una pseudo soluzione al problema disoccupazione. Per me varrebbe la pena pensare al motto "lavorare meno per lavorare tutti", riducendo all'osso il costo della vita e indicizzando i salari, al costo della vita e non all'inflazione dichiarata e spesso irreale, dagli enti di statistica tradizionali (forse sarebbe solo il caso di cambiare il paniere con i beni necessari per la vita dei cittadini, come la casa ad esempio, che costa ormai più della metà dello stipendio, per il calcolo dell'inflazione).
Qualcuno parla di terziario e terziario avanzato. Ma può un'economia nazionale basarsi sulla produzione di servizi, che peraltro stanno anch'essi subendo la delocalizzazione degli stessi verso mercati dove il costo del lavoro è quasi pari ad 1/4 del nostro?
I servizi non danno ricchezza a una economia perché di fatto non producono niente di concreto e fisico, e soprattutto i servizi sono legati ad attività produttive. Sono le aziende del settore secondario (industria) che necessitano dell'infrastruttura "servizi", se non ci sono aziende produttive non ci saranno servizi (in Italia dove si produce sempre meno, il settore servizi si occupa per lo più di scartoffie, o sostiene il macigno burocratico che allontana le aziende, basta vedere la pubblica amministrazione e i suoi costi e valutare la difficoltà di sopravvivenza di un'azienda in Italia, la stessa costituzione di una azienda e i tempi lunghissimi necessari (circa 2 mesi quando va bene, significa quindi 2 mesi di non guadagno).
Ma terziario significa anche turismo, e qua nasce un altro problema.
La scelta del comparto produttivo, e adesso anche dei servizi, di delocalizzare andando a produrre dove vigono da una parte una legislazione meno vincolante e dall'altra salari da fame, che permettono a malapena la sussistenza dei lavoratori, è secondo me una scelta autodistruttiva, perchè non permette ai nuovi lavoratori di consumare e la toglie anche a tutti i cittadini dei paesi che stanno subendo il fenomeno "delocalizzazione", di mantenere il potere d'acquisto e quindi di consumare.
Il settore turistico è fortemente sensibile al potere d'acquisto dei cittadini, soprattutto stranieri, e grazie alla politica industriale suicida della delocalizzazione sarà costantemente in calo nell'immediato futuro, non potrà quindi garantire un sostentamento di un sistema economico nazionale, che si sta dimostrando sempre più fragile. La ricetta non è la competitività al ribasso, come spesso ci fanno credere, ma può essere una sola, e cioè quella di produrre il più possibile beni che durino nel tempo e possano essere riutilizzati più volte, e soprattutto di produrre il più vicino possibile al luogo di consumo, per evitare lo spreco di risorse dovuto alle spese dei trasporti, e allo stesso tempo permettere la piena occupazione e il sostentamento dell'economia locale. Si tratta di una sorta di "autarchia". E' chiaro che non tutti i prodotti necessari possano essere prodotti in loco, ma sicuramente la teoria del "più vicino possibile" è assolutamente necessaria.
Dello stesso problema sembra che inizi a preoccuparsi anche la Germania e la Signora Angela Merkel, che fa parte della corrente politica che ha sempre spinto verso il Liberismo, sta facendo dei passi indietro e riflette sulla questione. In Germania, in questo momento sono in gioco parecchi posti di lavoro, sia dovuti alle necessarie politiche ambientaliste che al fenomeno della delocalizzazione. Parecchie migliaia di cittadini, in Germania stanno per perdere il posto di lavoro, alla BMW, alla Nokia alla Siemens e altre ancora.
Riporto di seguito l'articolo apparso sul sito Borsa Italiana, fonte Ansa

Dimenticavo non può essere riportato e diffuso neanche gratuitamente quindi dovrete andarlo a leggere li.
Sostanzialmente difende i posti di lavoro delle aziende Tedesche che producono grandi ed energivore auto, che di fronte alle politiche ambientaliste europee, potrebbero perdere quote di mercato a favore delle aziende automobilistiche che producono vetture di piccolo taglio.

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